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Paese

Dati Generali
Il paese di Ploaghe
Ploaghe è un Comune della provincia di Sassari. È situato a 427 metri sul livello del mare. Conta 4816 abitanti. Fa parte della I Comunità Montana “Osilo?. Dista 23 km da Sassari. Nei documenti storici il paese appare anche come Plouake. Il toponimo potrebbe derivare dal greco paulakes, letteralmente Paolino, diminutivo di Paolo.
Il territorio di Ploaghe
Altitudine: 240/719 m
Superficie: 96,08 Kmq
Popolazione: 4816
Maschi: 2387 - Femmine: 2429
Numero di famiglie: 1540
Densità di abitanti: 50,12 per Kmq
Farmacia: corso Giovanni Spano, 49 - tel. 079 449288
Guardia medica: via Roma, 260 - tel. 079 449310
Carabinieri: via Padre Nicolò, 10 - tel. 079 449824
Polizia municipale: piazza San Pietro, 1 - tel. 079 449440

Storia

PLOAGHE o PLOAGUE (Plovaca o Plovacum, secondo il Fara), grosso borgo della Sardegna: nel medio evo città e residenza d’un vescovo, era compresa nel cantone di Figulina, se pure, come è probabile, non sia stato capoluogo d’un’altra curatoria.

La sua situazione geografica è nella latitud. 40°, 39', 40" e nella longitud. orientale dal meridiano di Cagliari 0°, 7', 30".

Le case sono poste in un piano di mite pendenza verso austro, e nella falda meridionale d’un colle, che è nominato da s. Matteo.

Come questa eminenza lo protegge almeno in parte dai venti del settentrione, un notevole rilevamento del suolo alla parte opposta gli è di riparo contro quello del meriggio. E siccome al levante alla distanza d’un miglio e mezzo sorge un altro colle molto maggiore degli anzi indicati, resta che il paese non è ben liberamente ventilato, che dalla parte di ponente, de’ suoi collaterali e di scirocco.

Da questo si può inferire la temperatura del suo clima, il gran caldo che vi si dee patire di estate quando non domini il ponente o il maestro, e il suo tepore nel-l’inverno, supposto il silenzio de’ venti di ponente.

Le pioggie non sono solitamente frequenti, anzi accade che come nella maggior parte della Sardegna vi sieno desiderate.

I temporali fortunatamente sono rarissimi, come pure la folgorazione.

La nebbia vi si addensa qualche volta alle parti di levante e di mezzodì, ma facilmente si dirada, o è trasportata altrove. L’umidità vi è spesso sentita, massime se scorre verso il paese l’aria umidissima e insalubre del campo Làsari o regni il sirocco.

La neve non è meteora di tutti gli anni e non dura assai, fuorchè nella regione montuosa a settentrione.

L’aria ne’ tempi d’estate e d’autunno non si può dire salubre a causa di certe maligne esalazioni, le quali si potrebbero diminuire a tanto, che essa ne restasse pochissimo viziata.

Dalle parti, dove abbiamo indicato questo luogo aperto a’ venti vedesi un bell’orizzonte a grandissime distanze.

L’area occupata dalle abitazioni può computarsi quasi di mezzo miglio, e meno indeterminatamente di circa 3/7 di miglio quadrato. Le vie sono generalmente irregolari in quasi tutti i rispetti, e non per tutto selciate; la più notevole è quella che dicono carrera longa.

La sola piazza che si possa indicare è quella che si termina a un lato dalla chiesa parrocchiale, e da due contigui oratorii, uno della N. D. del Rosario, l’altro di s. Croce, e dalla casa del paroco.

Almeno la metà delle case hanno un orticello murato, dove si coltiva alcune specie ortensi e qualche albero fruttifero.

Territorio. La sua lunghezza nella linea meridiana è di miglie 8, la larghezza compensata di 4, sicchè la sua area è di circa 32 miglie quadrate, e di starelli 27,392 in circa, il qual totale di poco è minore della complessione de’ seguenti numeri parziali della superficie, che ottenni nel 1832 in una nota, nella quale erano notati starelli 1855 di terreni chiusi, 14000 di pascoli comunali, compresovi il segato, che dicono, e 12290 di terreni aperti per coltivazione.

La mineralogia ploaghese è considerevole. I terreni principali sono quelli d’origine ignea e certo calcareo terziario simile a quello di Cagliari.

Le roccie del primo genere formano principalmente le eminenze di Pubulema, di Massa di s. Matteo, e di

s. Giulia. È frequentissima in detti luoghi la lava porosa, che i ploaghesi dicono pietra pomice, ed è copiosa la puzzolana al levante del paese, in distanza di venti minuti nel luogo detto Abbauddi (acqua bollente).

L’industria potrebbe avere molti vantaggi nelle varie terre e sabbie sparse in quest’agro, le argille calcaree per tegole e mattoni in s. Giulia, le sabbie quarzose per il vetrificio ne’ siti detti Palas de monte e Tiunanni, le terre alluminose per crogiuoli ecc. In un sito del secondo luogo indicato sono tra le sabbie quarzose molte pietruzze di terre finissime per la formazione di bei colori.

La pietra picea trovasi col granito comune nel prato nella mandra dessa Jua.

Varie terre bolarie, bituminose e saponarie, sono state riconosciute nella suddetta regione di Abbauddi.

È notevole nello stesso luogo uno strato di terra nera, nel cui seno sono de’ pozzetti di lignite e altri avanzi di vegetabili.

In Abbairada vedonsi varie masse di legno pietrificato e agatizzato.

Eminenze. Il ploaghese è montuoso nella sua parte settentrionale, dove sono: il monte Ledda o Lella a miglia 3 1/2 ne’ confini col principato di Anglona; il monte Massa a m. 3, il quale forma una massa conica con circonferenza alla base di circa m. 2 1/2; il monte di s. Giulia più prossimamente al paese; e la collina di

s. Matteo alle spalle dello stesso. Nella regione tra greco e levante levansi notevoli altri tre colli.

Nella parte meridionale (un po’ verso libeccio) è il suindicato Pubulema, massa basaltica più larga che alta, la quale da campo Lasari a presso Ardari è largo di circa miglia 4, da Ploaghe a presso Montesanto poco più di altro e tanto con pendici mitissime, e due avvallamenti, dove si ruppe e sprofondò, il maggiore de’ quali affossamenti nella linea di libeccio traversa la pendice meridionale prossimamente al centro ed è lungo circa miglia 4, largo 2/3.

Muruferru. Dalla sommità di Pubulema vedesi uscire da mezzo alla roccia una muraglia di prismi basaltici che continuasi sino alla valle, e ricomparisce poi in territorio di Sìligo, dove rilevasi il suolo. È chiaro all’osservatore che essendosi fesso il suolo nel gonfiamento delle materie ignee queste sieno uscite per la fessura e che poi appariron le medesime come una muraglia, quando la roccia tra la quale erano contenute si decompose.

Spelonche. Se ne possono notare pochissime, una a monte Cannuja, alcune altre presso Nuraghe Athentu. Prossime alla prima sono alcune cellette del genere di quelle che abbiamo spesso indicato come camerette sepolcrali.

Acque. Sono le fonti in gran numero, ma poche di molta copia. La parte più abbondante di acque è il monte Ledda, e devesi aggiungere che le medesime sono migliori di quelle che sorgono in altre parti.

Presso all’abitato si trovano aperte tre sole piccole vene; ma non può servire alla bevanda che una sola, essendo salmastra l’acqua che danno le altre due.

In tanta estensione di terreno non sono che tre soli rivoli, uno in Badde-e-su lacu, l’altro in Cantharu de Laros, il terzo in Funtana Ulumu. Uno di essi va nel rio di Campu-Mela, gli altri in quello di Ardari, confluente del Termo. Nel confine verso Codrongianos sono le fonti del rio di corte o s. Miale notevoli per la copia. Questo rio quindi nel territorio di Codrongianos e passa per Saccargia, da cui alcuni lo nominano.

Sas paulazzas (le paludaccie). In certi siti a ponente in distanza di circa un’ora dal paese, le acque d’alluvione sono ricevute in certi bacini, alcuni dell’area di circa 8 giornate e vi stagnano. Passando in Campo-Lasari in tempi estivi sentesi il fetore delle medesime. I bacini non sono grandi; ma è grande la malignità, che la corruzione de’ medesimi sparge nell’aria. Non vuolsi per dare scolo alle medesime gran fatica, e tuttavolta si lascia questa causa d’infezione.

Abbauddi (Acqua bollente). In vari punti del luogo così detto sono acque minerali e insieme termali, le quali sorgendo fanno sentire quasi un gorgoglia-mento.

Non so se sieno state ancora analizzate: certamente non lo erano ancora nell’epoca delle mie esplorazioni nel 1834, sebbene ne avessero già mandato una bottiglia in Genova al Mojon. Il lettore che sa essere stabilite in Sardegna due università, ed esservi due professori di chimica, stupirà con ragione in vedere, che non si possa fare un’operazione così poco difficile, com’è la ricerca e determinazione delle sostanze minerali che hanno in dissoluzione le acque di certe fonti. Dico che non si possa, perchè forse è per mancanza de’ mezzi, non per difetto di scienza e perizia.

Ghiandiferi. Questi fruttiferi sono in certo numero a formare una piccola selva nel monte Lella; nelle altre parti rari; perchè si è sempre fatta distruzione de’ medesimi e non mai pensato a rimetterli.

Selvaggiume. Gli animali selvatici di caccia, cinghiali, e daini, sono rari; non così però le volpi, e le lepri. I ploaghesi si sollazzano a prender queste due specie, e più spesso a cacciare pernici, beccaccie e quaglie.

Popolazione. Si numerano in Ploaghe anime 3240, e devono distinguersi in maggiori di anni 20, maschi 990, femmine 1015; minori, maschi 610, femmine 625, compresi tutti in famiglie 652.

Il decennio diede le seguente medie, nascite 140, morti 70, matrimoni 20.

I ploaghesi sono di ottima costituzione e robusti, e se vivessero alcuni meno disagiati, e principalmente se fossero più attenti a preservarsi dall’intemperie atmosferica, sarebbero, più che sono, numerosi gli oltre sessagenari. Alcuni vivono già prossimi al secolo con sensi vividi.

Le malattie più frequenti nell’estate e nell’autunno sono le febbri intermittenti, nell’inverno e nella primavera le infiammazioni di petto.

I dolori di punta sono la causa più comune della mortalità.

I piccoli della bassa classe muojono in gran numero per le privazioni, per la negligenza delle madri, e per l’indigestione delle frutta immature.

Come gli altri paesi montani i beni sono molto distribuiti in Ploaghe, e quasi tutti hanno qualche proprietà. Le serve e i servi fanno economia, quelle per aver propria la casa, questi per aver il giogo. Essi comprano i tori assai giovani, li mettono nell’armento del padrone, e quando si ammogliano, allora se li prendono già idonei a’ lavori, a’ quali se da prima sieno potenti li danno a nolo.

Le ploaghesi copronsi il capo d’una pezza di sajo giallo con larga falda azzurra, hanno la camicia ricamata nel colletto, congiunto con bottoni d’oro o d’argento, secondo la sorte, larghissima nelle maniche, che nell’inverno nascondono in quelle del giubbone di scarlatto, adorno di broccato e ricco di bei bottoni, sopra il quale ponesi un busto di broccato, gallonato d’oro o d’argento; e cingonsi d’una gonnella di panno nero a falda azzurra, e così increspata nel seno quanto può imaginarsi paragonando il gran cerchio della medesima a’ piedi e quello che è dove aggiustasi sopra i fianchi, e le infinite pieghe formano una cintura larga quattro buone dita. Le aperture per le saccoccie sono adornate in rosso. In giorni festivi molte cangiano il color bruno della gonnella in scarlatto, e al velo giallo sostituiscono un velo bianco ricamato. Portano bianco il grembiale, rosse, bianche o azzurre le calze e ricamate.

Quando la moglie fa il duolo pel marito, o la madre pei figli cingonsi la faccia con una pezza di color giallognolo, come costumano le monache, lasciandone pendere le estremità sulle spalle, coprono la testa e la faccia con un velo nero, e veston di bruno le altre parti, sola eccettuata la falda o il grembialino, che vede-si tinto a giallo chiaro. D’ordinario vanno scalze.

In altri tempi faceasi il compianto, e molte vecchie facean l’officio di prefiche: poi si è posto divieto perchè a’ defunti non si rendessero questi supremi onori, minacciandosi pene spirituali alle cantatrici e il ritardo della sepoltura a’ defunti innocenti. Si potessero togliere tanti pregiudizii stolti, tante superstizioni, che ancora sono in vigore!

Professioni. Approssimativamente le persone applicate alle diverse professioni sono ne’ seguenti numeri: agricoltori, compresi anche i garzoni, 900; pastori, compresi parimente i servi, 350; mestieranti, cioè esercenti quelle arti che sono di necessità, fabbri-ferrari, muratori, falegnami, scarpari, sarti, ecc. 100; negozianti 20; mercanti di vari generi 15. Non si comprendono i vetturali, nè altri di professioni meno importanti, perchè compresi in quella de’ contadini.

I ploaghesi sono laboriosi e mostrano alcuni certo spirito d’industria.

Le donne studiano esse pure ne’ lavori e alcune vanno a vendere le proprie derrate sino a Sassari.

In ogni casa è il telajo; si fabbrica tela per il bisogno della famiglia, per lo stesso uopo e ancora per lucro.

Scuola elementare. Qui pure, come nelle altre parti, questa istituzione dopo tanti anni non era bene avviata, i genitori non badando a che i loro figli fossero dirozzati con le prime lettere, i maestri non facendo il loro officio con quello zelo e intelligenza che si volea, e mancando chi persuadesse i primi a mandare i loro piccoli alla istruzione, i secondi a operare secondo la norma che era stata proposta; ma da che fu posto al-l’amministrazione della parrocchia il rettore Salvatore Cossu, sacerdote intelligente e pio, le condizioni delle dette scuole migliorarono, perchè cominciarono a concorrervi quasi tutti i fanciulli, e i maestri furono più solleciti e diligenti nel loro ufficio; il che avvenne perchè il sullodato rettore seppe persuadere i padri di famiglia a mandarli, e vegliava perchè la scuola fosse aperta regolarmente e l’istruzione fosse fatta con profitto, ecco una prova che dove i parochi si interessano al bene, questo non fallisce.

In tutto il paese saranno circa 100 persone che sappian leggere e scrivere; ma la maggior parte impararono altrove, che nella scuola elementare.

Maestre di dottrina cristiana. Questa istituzione fu fatta nel 1767 dal benemerito rettore teologo Francesco Demurtas di Sassari, uomo pieno di zelo nel suo sacro ministerio e sollecito anche del bene temporale de’ suoi parrocchiani. Egli accresceva la dotazione del monte di soccorso di 230 starelli di grano, forniva la sacristia di molti ornamenti e arredi, soccorreva a’ poveri con limosine proficue, e avendo trovato nel popolo una crassa ignoranza della dottrina cristiana per incuria de’ suoi antecessori stabiliva maestre alcune donne pie, le quali supplirono a lui e a’ suoi coadiutori nell’insegnamento delle cose divine, o dirò meglio cooperarono, perchè Demurtas attendeva con zelo a perfezionare le cognizioni date dalle maestre con frequentissime spiegazioni.

Beneficenza. La generosità si dimostrò negli uomini sardi con frequentissime prove, ma era (ed è ancora nella massima parte) la persuasione che fossero più gradite a Dio le lascite a’ luoghi pii, i legati per mese, per novene e feste splendide; e quindi avvenne che non si sieno che da rarissimi risguardate le persone misere. Tra questi rarissimi ha luogo il rettore D. Raimondo De Quesada di Sassari, elevato poi da questa chiesa alla vescovile di Bosa nel 1730, il quale lasciò carico a’ rettori, suoi successori, per il godimento della casa rettorale, di dare ogni anno a due orfanelle scudi sardi venti per ciascuna, i quali ora contro la volontà dell’istitutore vorrebbe per se lo stabilimento delle orfanelle di Sassari, mentre ricusa riceverne alcuna del paese. Forse quindi innanzi saranno i poveri meno trascurati dai ricchi, e ci fa sperare la sollecita carità, con cui in quest’anno (1847), nel quale fu una gravissima carestia dopo la precedente di tanti altri anni, tutti quelli che aveano mezzi, e nelle città e ne’ paesi, si adoperarono per giovare a’ miserabili, cui mancava il pane. Altre volte la Sardegna patì per totale mancanza di prodotti, e persone facoltose soccorsero agli infelici; ma nessuna volta apparve tanto e così universalmente lo spirito della carità fraterna, e i poveri furono più pietosamente sollevati.

Agricoltura. Il ploaghese ha terreni ottimi per i cereali, le viti e gli alberi fruttiferi, e dove pare non molto idoneo al primo genere, segnatamente nelle regioni argillose, che sono molto distese, potrebbe ridursi a maggiore idoneità se fosse temperato con arte saggia. Ma l’arte è mal conosciuta; e non studiandovi sopra quelli che hanno intelligenza, i coloni ploaghesi, come deve dirsi generalmente degli altri, non fanno più che quello che han veduto fare i loro maggiori e seguono a nutrire i pregiudizi antichi.

La quantità della seminagione delle diverse specie suol essere ne’ numeri seguenti: starelli di grano 55000, d’orzo 1750, di meliga 150, di fave 140, di lino 200, di legumi 150.

La produzione mediocre è per il grano dell’8 per uno, per l’orzo del 10, per la meliga del 40, e per le fave del 10, de’ legumi del 7.

La qualità de’ prodotti è ottima, massime quando le meteore furono favorevoli.

Monte di soccorso. Per la pessima amministrazione locale e per altre cause questo stabilimento era tutto annientato nel fondo granatico e nel nummario, e lo stesso magazzino in parte rovinato. Poi per la diligenza del sullodato parroco attuale si comincia a restituire, sebbene in piccola parte, il fondo granatico. Possano le sue cure e la cooperazione degli uomini principali del luogo ottenere che fiorisca questa istituzione, della quale grande è stata in altri tempi l’utilità, e grande potrà essere nell’avvenire se la cassa nummaria si arricchisca in modo da poter prestare a’ contadini poveri per le spese della messe. Questi in tal tempo devon obbligarsi per grandi interessi a certi usurai.

Orticoltura. In altro tempo solo pochissime specie erano coltivate ne’ cortili delle case secondo il gusto de’ proprietari e quanto poteva essere al suo uopo; ondechè quelli che non aveano il luogo o il comodo di far questa coltivazione, se abbisognavano di qualche prodotto ortense dovevano comprarlo da Sassari. Or le cose van meglio e in molti siti adatti fuori del paese si coltivano molte specie, quante sono coltivate negli orti di Sassari, e si hanno copiosi e ottimi prodotti per la consumazione del paese. A dare un cenno della idoneità del suolo in questo genere diremo della straordinaria grossezza delle rape, le quali sogliono pesare dalle sette alle otto libbre sarde.

La coltura de’ pomi di terra è ne’ primi principii, e vi hanno ottime apparenze per il suo prossimo incremento, che senza dubbio si avrà, come si ebbe nella cultura della meliga, la quale dopo lunga esitazione de’ coloni finalmente si sviluppò tanto, che in questi otto anni di sterilità supplì alla deficienza del frumento, e dell’orzo. Noto che prima che si avesse tanto frutto dalla meliga le famiglie povere si nutrivano di pane d’orzo, quando era carestia di frumento.

La meliga è coltivata in siti irrigabili e anche in terreni asciutti, o ne’ veranili, cioè nelle terre che di primavera si preparano alle sementi dell’autunno. E in questo è un vero progresso, perchè i maggesi non restano totalmente oziosi, come in altre parti.

Vigne. Una grande estensione di terreno è occupata dal vigneto; ma molte sono mal situate, e quasi tutte mal curate e scarse di quelle tante varietà che sono nel vigneto di Sassari. Le vigne sono quasi tutte piccole, perchè quasi tutti hanno la propria e i principali più di una. Ora se ne formano alcune grandi.

Le regioni dove le viti prosperano meglio sono Sos Pianos e Piretu. Il mosto che ottiensi da queste, sebbene non manipolato con metodo saggio, dà un vino che è molto stimato.

La quantità del vino che raccogliesi è più che sufficiente alla popolazione, cioè alla popolazione maschile, perchè le donne non bevono, e se alcune lo assaggiano ciò fanno in tutta segretezza.

Siccome il vino è superiore alla consumazione, così una parte si distilla in acquavite e in alcool e si fanno di rosoli e altre bibite piacevolissime ai dilettanti de’ liquori, che fortunatamente sono pochi. In generale i ploaghesi sono sobri e non mancano gli astemi.

Alberi fruttiferi. Le specie più comuni sono fichi, susini, pomi, mandorli, noci, peri e peschi. Il numero delle piante in rispetto alla popolazione è poco notevole, e se per sfavorevoli meteore la fruttificazione non si compia è necessario che i popolani si provvedano da’ paesi vicini, Sassari, Osilo, Codrongianos.

Ma già anche in questa parte comincia a operare la industria, e vedonsi sorgere molti arboscelli di molte specie e varietà, e si fanno innesti sopra le piante selvatiche massimamente sopra i perastri e olivastri, e non anderà gran tempo che dal superfluo possano avere un notevole lucro.

Tra le specie esistenti sono anche i gelsi, ma in poco numero, le foglie de’ quali servono bene alla nutrizione de’ bachi, come han dimostrato e dimostrano alcuni felici esperimenti.

Tanche. Ho notato quanto del territorio era chiuso quindici anni prima d’oggi, che era circa un settimo della superficie totale; ora la proporzione è cangiata per quanto si è chiuso in seguito, e può il terreno attualmente chiuso computarsi un terzo almeno di tutta l’area territoriale.

Molte di dette tanche sono di gran capacità, alcune dai 200 a’ 300 starelli.

Nelle minori si coltivano i cereali e si tiene il bestiame a pastura nell’anno di riposo: le maggiori sono per pascolo e alcune porgono pascolo anche a’ porci col frutto dei ghiandiferi.

Quasi in tutte le tanche si trova una fonte, della quale quelle che mancano difficilmente si affittano.

Colonie. Il territorio coltivato di Ploaghe è non più che la metà dell’area totale, il produttivo, già che bisogna sottrarre quelle terre che restano in riposo, poco più di otto mila giornate; sì che come può vedersi resta inoperosa la massima parte del suolo, quei terreni segnatamente, i quali sono distanti dal paese, per andar sui quali bisogna far un viaggio. Gioverebbe se un certo numero di famiglie si traslocasse coll’allettativo di alcune immunità ne’ siti più comodi e fecondi, e vi si formassero de’ casali. Allora dissoderebbesi altro terreno, si avrebbe aumento di prodotti, tanti che vivono ristrettamente otterrebbero con la loro fatica ciò che adesso loro manca, e dopo certo tempo anche le finanze profitterebbero. I siti buoni per siffatti stabilimenti non mancano al settentrione, al greco e al mezzodì del paese.

Pastorizia. In tanta estensione di territorio incolto quanto bestiame si potrebbe nutrire se l’arte de’ pastori fosse qualche cosa di meglio dell’arte de’ pastori nomadi.

Il bestiame manso de’ ploaghesi consiste approssimativamente in buoi da lavoro 1300, vacche manna-lite co’ vitelli e vitelle 200, majali 800, cavalli e cavalle 550, giumenti 800, e forse 1000, i quali servono per macinare il grano per la provvista delle particolari famiglie, e per trasportare in paese dalle mandre il prodotto giornaliero delle greggie e degli armenti.

I molini idraulici sono pochi, e dopo gran siccità fan poco lavoro per scarsezza d’acqua.

Il bestiame rude consiste in vacche 1600, capre 1500, cavalle 600, porci 1800, pecore 30000.

Questi numeri sono spesso molto minori o per mancanza di nutrimento, o per il contagio di qualche morbo.

La veterinaria è sconosciuta, e son rari che sappiano in parte come si debban regolare per conservare gli animali in buona sanità.

Il caseificio è secondo i metodi tradizionali, epperò i prodotti che dovrebbero essere di gran bontà per cagione della bontà de’ pascoli naturali in certi siti e tempi, sono poco riputati. Si può solo far eccezione per quei formaggi scelti, che dicono fresas, i quali sono veramente gustosi.

Apicoltura. Questo è un altro ramo d’industria, che potrebbe fruttare assai, e che nondimeno è trascurato, essendo pochi i bugni, i quali si soglion avere nei cortili.

Miglioramenti nell’agraria e pastorizia. Potrebbesi ottenere di migliorare questi due rami d’industria con poco dispendio, se i principali del paese si tassassero per mandare in Terraferma alcuni giovani ad esservi istruiti in qualche podere modello. Essi ritornando dopo il corso teorico e pratico sarebbero maestri agli altri; e in breve sarebbero i metodi migliorati con grandissimo profitto.

Commercio. I ploaghesi mandano i loro prodotti in Sassari e in Orosei.

Il ramo principale del commercio sono i prodotti agrari, e ordinariamente possono vendere da 10 in 12 mila starelli di grano, alcune migliaja di starelli d’orzo, e un po’ degli altri generi. I cereali si spacciano nella piazza di Sassari.

I prodotti pastorali sono distribuiti tra Sassari, Longone, ed Orosei, per il consumo della città o per l’esportazione dal porto di Torre, di Longone o di Orosei.

Si può computare che si ricavi da’ cereali dalle 80 alle 100 mila lire nuove; da’ prodotti pastorali 25 mila; da altri minori articoli da 15 a 20 altre mila lire.

Dista Ploaghe dalla gran strada verso ponente sole tre miglia passando in Salvenero; ma la via che sogliono battere per andare in Sassari è nella valle tra la collina detta Su Coloru e i monti di Beda, da che l’altra via per Salvenero, che era carreggiabile, fu chiusa nelle tanche. Da questo avvenne che i ploaghesi debbono fare il trasporto delle derrate sul corso de’ cavalli.

Il comodo de’ proprietari di quei terreni ha prevaluto al comodo pubblico.

Religione. Vescovado e diocesi di Ploaghe. L’istituzione della cattedra ploaghese è di una antichità poco minore del regno di Logudoro, e il vescovo di Ploaghe fu uno di quelli che intervenivano spesso nel consiglio del Giudice in Ardari come non è dubbio che intervenisse quello di Guisarco, quello di Castra e di Sorra, che erano tanto prossimi alla residenza del Re. Ho dato altrove ragione della prossimità che avevano tante chiese vescovili alla sede del governo nella necessità che lo stesso governo avea de’ consigli de’ vescovi, i quali ne’ tempi della barbarie erano le sole persone illuminate; e sempre più mi raffermo in questa opinione.

Il Fara parlando della diocesi ploaghese la ristrinse alla sola curatoria di Figulina; ma forse era più estesa nei tempi de’ giudici, e forse il vescovo di Ploaghe stendeva la sua giurisdizione sopra il dipartimento di Montes.

Restando però ne’ limiti segnati dal sunnominato corografo il vescovo ploaghese avea giurisdizione sulle parrocchie de’ seguenti paesi, s. Maria di Muschiano,

s. Leonardo, s. Maria de Fenu, Noagre, Musellano, Briaris, Biguena, Sebodes, Dulnosa, Hastili, Marchiano, Quelquido, Modolo, Musuru, Linago, Ostes, Manisca, Oristella, Domus-novas, Sena, Saccargia, Beda, Salve-nero e ne’ termini del Salvennorese, Augustana, Noaya, Oltigiara, Nugueto, Nurui, Brieu, Sypule e Tuxi paesi distrutti, de’ quali è memoria nelle storie del P. Aleo; quindi gli esistenti Figulina (Florinas), i due Cotronianus, Cargieghe, e Muro.

Non abbiam certi monumenti, da’ quali consti di quanti sacerdoti fosse composto il capitolo: forse è vero che vi entrassero otto canonici prebendati con un arciprete.

Erano in questa diocesi e prossimi alla città di Ploaghe due cospicui stabilimenti di monaci, l’abazia di Saccargia e quella di Salvennero.

La chiesa di Saccargia fu consecrata sotto l’invocazione della Santissima Trinità nel sec. XII (l’anno 1116), concorrendo a quell’augusta cerimonia i tre metropolitani del regno co’ vescovi di Guisarco, Sorra, Castra, Bosa, Flumen, Sulci, e intervenendovi con maggior diritto degli altri il vescovo di Ploaghe, Pietro.

Fu fondatore di questa chiesa e dell’annesso monistero di monaci camaldolesi il re Costantino figlio di Mariano.

Lo stabilimento de’ Vallombrosani in Salvennero fu opera di Gonario, figlio del suddetto Costantino, non già di Mariano, come notò il Fara, trovandosi nella cronaca generale dell’ordine di s. Benedetto, scritta dal P. fra Antonio de Jepes, che ebbe quest’abazia in sul principio nel 1133.

Il superiore di questo monistero di s. Michele (l’Jepes dice dell’arcangelo Gabriele) avea mitra e bacolo, e giurisdizione sopra tutte le abbazie e i priorati dell’ordine di Cistercio in Sardegna.

Il monistero di Salvennero fu dato a’ monaci vallombrosani sotto Gualdo, abate generale, e fu confermato a’ medesimi nel 1139 da Innocenzo II.

Perchè e quando questi monaci partissero da Sardegna è ignoto, e non si sa neppure chi l’abbia dopo essi occupato.

Il Vico scrisse, che nel secolo XV furono abati di s. Michele Simone e Leonardo, dei quali il primo reggeva la chiesa d’Ottana nel 1439, l’altro quella di Castra nel 1459. A Leonardo fu successore fra Francesco di Casale, minor conventuale.

Anche per quello di Saccargia è ignoto quando restò deserto de’ monaci camaldolesi.

A questo monistero era subordinato quello di s. Pietro di Scano nella diocesi Bosanese.

Nella metà del secolo XV nè quello nè questo appartenevano più a’ monaci.

Quello di Scano era nel 1450 ridotto a priorato da Callisto III e concesso a fra Gregorio primo minore conventuale.

Durò il vescovado ploaghese sino ad Alessandro V, che ne decretò l’unione dell’arcivescovado di Sassari, la quale però non ebbe effetto che sotto Giulio II per bolla degli 8 dicembre 1503.

Le prebende allora furono ridotte a beneficii curati, e il paroco di Ploaghe conservò il titolo di arciprete per alcuni anni, avendolo portato Cosimo Sortes ploaghese, che ebbe primo l’amministrazione della parrocchia, e il suo successore Giovanni Manconi di Sassari. Alla chiesa già cattedrale restò però sempre il titolo d’insigne. Quando si soppresse il vescovado di Ploaghe furono nello stesso tempo soppressi tanti altri, o a dir meglio si unirono ad altri vescovadi. La causa di siffatta determinazione pontificia fu la insufficienza de’ redditi. Non mai corsero tempi più infelici alla Sardegna, come furono gli ultimi anni del secolo XV e i primi del secolo XVI, ed era tanta la povertà de’ popoli, quanta si possa difficilmente credere in una terra, cui la natura era stata tanto benigna. Che questo provenisse da ostinate intemperie delle stagioni non si può credere, e pare più verosimile fosse necessaria conseguenza della tirannia feudale, della inettitudine degli amministratori mandati dalla Spagna, e della negligenza del governo supremo.

Pertanto essendosi i proventi ecclesiastici ridotti quasi a nulla, e in molte regioni annichilata la popolazione, i vescovi non potendo più sostenere il loro stato secondo l’esigenza della dignità pontificale, e non volendo più restare in luoghi deserti e pieni di pericolo, rappresentarono al Re la loro situazione, e il Re avendo rappresentato al Papa, questi provedea nel seguente modo, unendo e incorporando perpetuamente, annuendo alle suppliche di Ferdinando e di Isabella, la Doliese alla chiesa cagliaritana; la Sorrese e Ploacese alla Turritana; la chiesa di s. Giusta alla Arborese; la diocesi di Guisarco e di Castra con la rettoria di Villalghero alla Ottanese; la Terralbese alla Usellese; i monasteri di Cerigo e di s. Michele de Plano o Plaiano degli ordini di s. Benedetto e di Vallombrosa, il priorato con la chiesa di s. Antonio parrocchiale di Castellaragonese (ora Castelsardo), alla chiesa Emporiese o d’Ampuria; e alla chiesa Sulcitana il canonicato di Villaecclesia. Avendo così accresciuto i redditi de’ vescovadi superstiti, il Papa provvedea, perchè alcuni de’ vescovi che restavano, passassero dalle regioni deserte dove aveano la loro sede in regioni popolate, trasferendo il vescovo Sulcitano in Villaecclesia. L’Emporiese in Castellaragonese, l’Ottanese in Alghero, ed erigendo in cattedrali le chiese, nelle quali trasferiva i tre vescovi.

La chiesa parrocchiale di Ploaghe, che è l’antica cattedrale, ha suo titolare l’apostolo s. Pietro.

Avea prima due sole navate, essendo restata imperfetta per difetto di mezzi, e non ebbe la terza il compimento prima del 1690, quando per un ricco legato del rettore Giovanni Battista Madao di Ploaghe, si ebbe il danaro necessario.

Il paroco che l’amministra sotto la giurisdizione dell’arcivescovo di Sassari ha il titolo di rettore, ed è assistito nella cura delle anime da quattro viceparochi, nel governo dell’azienda da un economo, nella sacrista da altri due preti.

Le chiese minori dentro il popolato sono cinque, l’oratorio di s. Croce, l’oratorio del Rosario, uffiziato uno ed altro da due confraternite, s. Timoteo, s. Valentino altrimenti la N. D. di Valverde.

Non manca il clero regolare essendovi stabiliti i cappuccini, nel cui convento si fa il noviziato, e si tiene scuola pei giovani frati.

In alcune di dette chiese sono delle sculture di qualche pregio; i simulacri dell’Ecce Homo nella sacristia della parrochia, del Cristo risuscitato e di s. Lucia in s. Croce, dello spirante Nazareno nella chiesa de’ cappuccini: quindi nella casa del paroco vedonsi dieci bei quadri, acquistati dal rettore Demurtas.

Le feste particolari più solenni sono per il titolare, per la B. Vergine del Rimedio, s. Antonio di Padova,

s. Narciso e s. Timoteo; in occasione di queste due ultime si corre il palio.

Candelieri. A imitazione de’ sassaresi, come i nulvesi ed altri, così i ploaghesi, nella solennità dell’Assunta portano nella processione quasi due fusti di colonne, che rappresentano due grandi cerei votivi, uno la corporazione o arte degli agricoltori, l’altro il collegio de’ pastori, e li tornano a portare nell’ottava della stessa festa, come pure nel giorno del Corpus Domini e nella sua ottava, usandoli più che soglian fare gli altri.

Dicono i ploaghesi che queste menzogne di cerei siano per voto fatto alla B. Vergine in tempo che imperversava l’ultima pestilenza dal 1651 al 55; ma non v’ha di questo voto nessun monumento, e pare certo che sia per fare ciò che fanno i sassaresi, e per maggior pompa delle processioni.

I candelieri di Ploaghe sono in cima adorni di pennoncelli di diversi colori, e hanno il capo di un infinito numero di pezze di nastri che si svolgono e si tengono per l’altro capo. La differenza più notevole di questi da’ candelieri degli altri luoghi dove si fa la stessa parodia si è che sopra i medesimi tra le banderuole vedesi il simulacro di Gesù in quello degli agricoltori, il simulacro di s. Pietro in quello de’ pastori.

Il cemiterio o camposanto trovasi all’estremità delle abitazioni a levante attiguo alla parrocchiale. È quadrato e nell’interno circondato da loggie con una cappella privilegiata.

Chiese rurali. Verso levante a pochi passi era la chiesa di s. Catterina; alla parte di tramontana, sul colle che domina il paese, quella di s. Matteo, dove si festeggia; a quella di ponente alla distanza di 20 minuti trovasi la chiesa rurale di s. Sebastiano, ed a quaranta passi da questa vedonsi le sole mura della chiesa di s. Maria di Ortano, che fu la parrochiale dell’antico villaggio di Augustana.

Nella stessa direzione dopo altri dieci minuti giugnesi alla chiesa di s. Michele di Salvennero, edifizio di antica struttura lungo e stretto con volta massiccia e rozza. Qui a un lato della medesima si mostra la porta santa, la quale, dicesi, si aprisse ogni tre anni dall’abbate del luogo con la concessione di molte indulgenze, a lucrar le quali è fama concorresse un popolo immenso da tutti i dipartimenti d’intorno. La chiesa non avea che un solo altare.

Restano ancora molte parti dell’antico celebre monisterio, dove, come abbiam notato, avea sua sede il vicario generale dell’ordine con giurisdizione sopra tutti i cenobii della stessa regola.

I forestieri sogliono osservare una galleria, la quale dopo 300 passi sbocca nel piano della Valle ombrosa; ma l’accesso n’è un po’ difficile per la molta terra che vi è raccolta.

In là della suddetta valle, nel piano, all’austro, e in distanza di 8 minuti, vedesi la chiesa di s. Antino (Costantino re), che fu parrochiale del distrutto villaggio di Salvennero. Conservasi ancora in questa chiesa di semplice architettura il fonte battesimale col sacrario di legno, e nella chiesa maggiore di Ploaghe si mostra la croce parrochiale, la pisside e la campana della medesima col vasetto degli olii sacri.

Abbiam potuto indicare due degli antichi paesi, che il P. Aleo rammemora distrutti dentro il territorio di Salvennero, essi sono Augustana e Salvennero; degli altri non ne restò a’ nostri giorni vestigio o memoria.

Salvennero fu l’ultimo a cadere, e non è un secolo ancora che questa terra restò deserta. L’ultimo rettore della parrochia, Francesco Fogu, ritiravasi in Ploaghe nel 1755; quindi il beneficio resosi di patronato regio fu nel 1822 applicato alla R. Università di Sassari.

Resta a notare altre due chiese, una di s. Antonio abbate, piccola e di tutta semplicità, che ha annesse alcune casipole per comodo de’ peregrinanti; perchè anticamente i ploaghesi per imitare anche in questo i sassaresi, che andavano in pellegrinaggio al santuario dell’antica cattedrale di Torre, vi andavano due volte all’anno e vi si faceano pubbliche penitenze e flagellazioni a sangue anche nel tempo della processione; l’altra sommità del monte di s. Giulia, che prese questo nome dalla santa titolare. Essendovi poi andati spesso i banditi, i quali si ricoveravano in una spelonca, ora chiusa, il timore de’ medesimi ritenne i devoti da andarvi, ed essendo intermessa la festa non si ebbe più cura della chiesa, della quale ora non rimane altro, che alcune parti delle mura.

Antichità. Sono in gran numero le costruzioni noraciche che si trovano entro i termini del ploaghese, e di essi alcuni ben conservati, altri in parte disfatti.

Tra’ primi sono i così detti, Su Bidighinzu, Padre Mongiu, Pèntuma, Su Lacu, Funtana de Pedru, Truvìne, s. Aingiu, N. Mannu, la circonferenza de’ quali alla base è da 50 a 60 metri, l’altezza dagli 8 a 10, con ingresso così basso, che bisogna entrarvi carpone.

I mal conservati sono i nuraghi, Athentu, Culzu, Figosa, Palaèsi, Regos, Ascùsa, Ogiastru, Pianu de Fìlighe, Mandras, Comida Selènu, Coas Vermigosas, Truvine, Pogia, Serra Ulvìne, Sas Coberciadas, Sauccos, Su bruncu de s’Ispissu, Contru, Teti, Serra de Ampridda, Badde de Olostia, Mandra Comida, Frusciu, Cuccurra, Bilione, Tòscanos, Pabàda, Guspiu, Càntaru de Laros, Sa Figu cana, Mandra Ispìdu, Burè, Fiorosu, Pedra solta, Sèmene, Badde pedrosa, Sa pedru niedda, Sa Oltija, Matarichi, su Balcone, Sos arestes, Santuzzu, Aostinu, Cabras, Pianu, Soddu, Lelleuzzu, Giuanne Masìa, Frades, Merios, Bisorca, Sa Conca de s’arena.

In totale 59, ed è da notare che a eccezione di soli tredici tutti gli altri hanno prossima qualche fonte, come si osserva generalmente presso i nuraghi delle altre regioni. Le fonti di Palaèsi sono quelle che danno origine al rio di Corte o di Saccargia. Sono ancora vedute in questo territorio alcune di quelle già descritte costruzioni, che si dicono volgarmente Sepolturas de gigantes, e notiamo quella che è prossima al Nuraghe Fiorosu, lunga poco meno di metri 4, larga 1,30 profonda 1,10, perchè delle altre riconosciute dai pastori e dalle persone che frequentano per caccia le diverse regioni non abbiamo nozione sicure.

Note storiche sul feudo di Ploaghe. La baronia di Ploaghe essendo stata nella possessione del marchese di Làconi, conte di Villamar, visconte di Sanluri, però proporremo qui insieme la storia di questi tre feudi.

La detta baronia componevasi de’ villaggi popolati di Ploaghe, Codrongianos, Florinas, Cargieghe.

Il marchesato di Laconi de’ villaggi popolati di La-coni, Nuragus, Nuràllao, Genòni;

Il viscontado di Sanluri dal solo villaggio di Sanluri;

Il contado di Villamar dal solo villaggio di Mara.

Siccome il villaggio di Mara è il più antico feudo della casa Aymerich, così prenderemo le mosse da questo.

Questa terra era conceduta a Giordano de Tolo dal re D. Pietro IV addì 4 marzo 1368, in feudo retto e proprio, secondo le consuetudini italiche, unitamente all’orto e alla casa che possedeva in esso luogo il Giudice d’Arborea, ma sotto questa condizione che se le rendite eccedessero le lire 10 mila dovesse il concessionario rimettere all’amministrazione delle rendite regie il sopravanzo.

Questa concessione era confermata dai re D. Giovanni e D. Martino; ma la concessione e la conferma essendo stata fatta nel tempo che i Giudici d’Arborea erano in possessione del detto villaggio; però non fu nessun effetto dalle medesime.

Quando poi il re di Sicilia, D. Martino il giuniore, sconfisse gli arboresi nelle pianure di Sanluri, ignaro forse della sunnotata concessione e conferma, dava a Gerardo Dedoni, mercante di Barcellona, il villaggio di Mara, unitamente agli altri due di Gesturi e Tuili, in feudo retto e proprio.

Allora si accese lite tra’ successori del primo concessionario de Tolo e il Dedoni, la quale fu terminata per una transazione, stipulata addì 13 febbrajo del 1413; secondo il tenore della quale il Giordano de Tolo cedette tutti i suoi diritti sul villaggio di Mara mediante il pagamento di lire 200.

La sovraddetta concessione al Dedoni fatta dal suddetto D. Martino era confermata con diploma del 28 novembre 1409 dal re di Aragona D. Martino seniore; nè la forma della prima, fatta al Tolo, fu alterata in nessuna parte.

Il successore D. Alfonso confermò poi la suddetta concessione, anzi aggiungeva alla medesima in favore di D. Giovanni Dedoni, figlio del Gerardo, il mero imperio, che fin allora era stato riservato; quindi in considerazione de’ grandi servigi prestati da lui alla corona, specialmente nell’assedio di Monteleone, lo stesso Re con diploma de’ 26 luglio 1436 ampliava ancora la concessione ammettendo le figlie del concessionario a succedere in difetto di maschi.

A D. Giovanni Dedoni succedette suo figlio Gerardo II in età pupillare, e per questo motivo avendo il di lui curatore, Simone Roig, deputato per prendere l’investitura fra Giovanni Carrera dell’Ordine del-l’ospedale di s. Giovanni Gerosolimitano, l’ebbe accordata dal Sovrano addì 25 luglio 1440 nella città di Anversa.

Gerardo II con istromento del primo dicembre 1460 fece vendita di Mara a Giacomo di Aragall nel prezzo di 7 mila lire alfonsine col patto del riscatto, e nell’anno seguente addì 21 maggio ne ottenne l’approvazione del V. R. D. Nicolò Carroz.

Tre anni dopo, e precisamente addì 4 ottobre (1463), l’Aragall alienava questo villaggio a D. Francesco d’Alagon con approvazione del V. R., e con consentimento e diploma del re D. Giovanni nell’anno susseguente addì 21 luglio.

Essendo il detto Alagon morto senza figli maschi, questo feudo per la facoltà ottenutane dal re D. Giovanni suddetto con diploma de’ 7 settembre 1464 passò nella di lui moglie D. Antonia, da cui fu alienato a Pietro Aymerich nel prezzo di lire alfonsine … con le condizioni e riserve, con cui era stato venduto da Giovanni di Aragall al fu di lei marito.

L’Aymerich ottenne quindi da Pietro Dedoni, figlio di Gerardo, la rimessione del diritto di riscatto per lire 1300 con istromento dei 21 ottobre 1489.

Morto l’Aymerich venne il feudo a suo figlio Salvatore Cristoforo, il quale ne fu investito addì 18 novembre del 1493.

Succedeva a lui Pietro Salvatore, suo figlio, e riceveane l’investitura addì 15 settembre del 1499.

Questi ebbe a sostenere una lite contro D. Paolo Dedoni, la quale fu continuata dal figlio D. Ferdinando innanzi al luogotenente del procuratore reale. La causa era infine chiamata al Supremo Consiglio per revisione.

Pretendeva il Dedoni nulla la vendita della villa di Mara fatta da’ suoi antenati a Giacomo di Aragall, stantechè ex pacto et providentia era feudo inalienabile, onde pretendeva spettare a lui questo feudo, come discendente dal primo concessionario.

All’incontro l’Aymerich sosteneva la inalienabilità, perchè conceduto il feudo ad dandum, vendendum et alienandum.

Quando la causa fu portata al Supremo Consiglio, il Dedoni presentò copia d’un privilegio del re Alfonso de’ 18 ottobre 1438, estratta dal R. archivio di Barcellona, dalla quale constava essere stata volontà del Sovrano che quel feudo fosse rimasto perpetuamente presso i figli e discendenti del Dedoni, maschi e femmine; perchè in esso diploma si provedea che le ville Gesturi, Tuili, Mara ed altre fossero e dovessero rimanere presso i Dedoni e i figli maschi e femmine in perpetuo.

Siccome di questo documento non si era ancora fatto uso in Sardegna in tutto il tempo della lite; però l’Aymerich concepì dei sospetti, e stimandolo supposi-tizio, domandò fosse trasmesso il registro originale al Supremo Consiglio per essere ivi esaminato in presenza ancora dell’avversante e del proprio procuratore.

In conformità a questa domanda, con decreto de’ 4 marzo 1542, il Supremo Consiglio ordinò all’archivista regio di Barcellona che estraesse dall’archivio il predetto registro, e lo consegnasse in mani del vice-cancelliere per farne la necessaria comprovazione.

In questo l’Aymerich instando con più vigore adduceva le ragioni, sulle quali era fondato il suo sospetto. Egli provava la falsità del detto documento:

1.º e 2.º Perchè non si era fatto uso di questo privilegio nel corso della causa presente, e neppure nella causa di rivendicazione, intentata da Pietro Dedoni, delle ville di Monastir, Premonte ecc., quantunque il privilegio comprendesse anche queste.

3.º Perchè dallo stesso Dedoni non si era fatta menzione di questo privilegio nella causa di rivendicazione della villa di Gesturi, dal medesimo mossa contro di esso Salvatore Aymerich quando era pupillo, come neppure nei processi e nelle transazioni per la villa di Tuìli, lo che certamente non avrebbe tralasciato, se avesse avuto una pezza di tanta forza.

4.º Perchè questo privilegio non esisteva ne’ Cabrei (capibreviazioni), dove per altro esistevano tutti gli altri titoli della casa Dedoni.

5.º Perchè dimostravano falso il prodotto privilegio due vizi intrinseci che vi si trovavano; primo perchè questo si trovasse ultimo nel registro, mentre erano scritti prima di esso alcuni di data posteriore; secondo perchè fosse scritto con inchiostro molto fresco e recente e con carattere diverso da quello delle prossime precedenti e da tutte le altre scritture di quel registro.

Questi sospetti confermati con una perizia di alcuni notai di Barcellona, fatta per ordine del Supremo Consiglio, essendosi cumulati alla risultanza di vari articoli dedotti dall’Aymerich sulla poco onesta condotta del Dedoni, particolarmente in materia di falsificazione di scrittura, furono causa perchè il supremo Consiglio con sentenza 11 maggio 1566 dichiarasse apocrifo e di nessun valore il prodotto privilegio.

Essendo trapassato D. Pietro Aymerich prima che si proferisse questa sentenza, Melchiorre suo figlio ebbe investitura de’ feudi paterni addì 23 giugno 1464.

A Melchiorre sottentrò Ignazio, suo figlio postumo, e fu investito dall’ufficio della procurazione reale con sentenza de’ 25 agosto 1609.

A favore di costui il re Filippo IV con diploma de’ 20 aprile 1643 eresse in contado il villaggio di Mara.

Sposatosi il conte Ignazio alla damigella Maria de Cervellon ebbe da essa tre figli, Salvatore, Silvestro, e Demetrio, il primo de’ quali nominò suo erede universale sotto il vincolo di primogenitura.

Salvatore Aymerich istituiva giudizio di concorso sopra i frutti del feudo per satisfare a’ creditori paterni; ma essendo morto addì 2 gennajo 1696 prima che si pronunziasse la sentenza lasciò che suo figlio e successore Ignazio II proseguisse la causa.

La sentenza non fu data prima de’ 31 agosto del 1709. In essa furono graduati i creditori de’ debiti aviti.

Mancato il conte Ignazio senza successione ed essendo anche morto D. Silvestro Aymerich, figlio secondogenito di D. Ignazio I, D. Demetrio, figlio terzogenito dello stesso Ignazio I, prese di propria autorità il possesso del contado.

Essendosi opposto però D. Gabriele Antonio, figlio di D. Silvestro Aymerich, la lite fu decisa con sentenza della R. udienza de’ 10 settembre 1710, e fu dichiarato appartenente il contado a D. Gabriele Antonio, salvi i diritti del primo in giudizio petitorio.

In forza di questa sentenza, dopo vari alterchi essendosi istituito il giudizio petitorio, e questo continuato dal Demetrio, anche dopo la morte di D. Gabriele Antonio, in cotraddittorio del figlio di lui D. Antonio Giuseppe pupillo assistito dalla madre D. Maria Catterina Castelvì Sangiust, venne finalmente terminato con sentenza de’ 5 ottobre 1723, e fu decretato spettare questo feudo a D. Antonio Giuseppe.

Questi riuniva a detto contado il marchesato di Lacon, il viscontado di Sanluri, e la baronia di Ploaghe.

Succedette a D. Antonio Giuseppe suo figlio D. Ignazio I de’ marchesi di questo nome, che fu investito addì 18 marzo del 1755.

Dopo lui ebbe il possesso di detti feudi D. Ignazio II, e dopo la morte di costui ottenne le sue giurisdizioni D. Ignazio III.

Marchesato di Laconi e viscontado di Sanluri.

Il marchesato e viscontado, composto de’ villaggi popolati, che abbiamo nominato, era in principio posseduto da D. Giovanni De Sena, poi tolto per delitto di fellonia con sentenza de’ 15 ottobre 1477.

Nel 1479, con diploma dell’1 febbrajo, il re D. Ferdinando fece donazione di questo feudo a suo zio Enrico Enriquez; e con altro de’ 10 nov. dello stesso anno di moto proprio senza far più menzione del primo diploma gli concedeva il già detto viscontado di Sanluri, unitamente a’ villaggi di Laconi, Nuragus, Noreg, Adsune e Genàdes, situati in Parte Valenza, ed a quelli di Sebolles e Flumenali nel campidano di Cagliari, come anche il diritto di poter riscattare quelli di Genoni, Ussana e Noralla, stati con tal riserva alienati ad Antonio Dessena, padre del già nominato Giovanni, significando di dar tutte queste terre a lui, a’ figli e a’ successori de’ successori in assoluta proprietà e franco allodio, senza che dal donante fosse riservato sopra le medesime alcun feudo o altro qualunque diritto.

Tre giorni dopo il sovranominato concessionario rivendette il detto viscontado con regio assenso e Pietro e Luigi fratelli di Castelvì nel prezzo di soldi 56 mila di Valenza unitamente a tutti gli altri villaggi e diritti che erano stati conceduti al venditore nel suindicato diploma de’ 10 novembre 1479.

Nel 1495 con istromento dell’1 luglio Pietro di Castelvì rivendette a suo fratello la metà a se spettante nel prezzo di lire 2645. 16. 10 moneta di Valenza.

Nel 1504 essendo addì 29 agosto morto senza prole il visconte Luigi, succedette per volontà suprema il suo nipote D. Pietro, figlio di D. Umberto, fratello di esso testatore, con sostituzione de’ suoi figli maschi in infinito, chiamando gli uni dopo gli altri, secondo l’ordine di primogenitura, e disponendo che alla linea maschile del primo chiamato, dove mancasse, succederebbe la figlia primogenita di esso Umberto con le condizioni ivi espresse, e in caso che queste disposizioni non potessero aver luogo, dichiarò succederebbe il figlio maschio di qualunque donna della famiglia Castelvì, la quale fosse prossimiore al testatore, con l’obbligo di prendere il nome e le armi di questa famiglia.

Accettò D. Pietro l’eredità del defunto zio e negli 11 agosto 1507 ottenne dal re D. Ferdinando un diploma, in virtù del quale vennero confermati in favore suo e de’ suoi discendenti il titolo e la dignità di Visconte, già annessi alla suddetta villa.

Successe a D. Pietro l’unico suo figlio D. Geronimo, ed a questi che ebbe due figli, D. Artaldo e D. Emmanuele, fu successore il primo, dal quale furono procreati altri due D. Luigi II e D. Giacomo.

Dopo D. Luigi II prendea il governo del viscontado D. Luigi III suo figlio, e questi essendo morto senza prole restò aperta la successione in favore dello zio

D. Giacomo, il quale credesi il primo che abbia ottenuto il titolo e la dignità marchionale. D. Giacomo ebbe tre figli D. Francesco, D. Salvatore e D. Paolo, e successore il primogenito.

D. Francesco fu parimente padre di tre figli, D. Lussorio, D. Giovanni, D. Agostino e d’una femmina, D. Annamaria, che fu poi marchesana di Cea.

D. Lussorio prese per la morte del padre il possesso del feudo e ottenne l’investitura di questo e degli altri feudi annessi addì 15 ottobre 1630.

Non avendo lasciato che una sola figlia, per nome Maria Felice, la quale morì in età pupillare, si aprì però nuovamente la successione in favore del secondogenito D. Giovanni, il quale essendo deceduto parimente senza successione fu fatto luogo al terzogenito D. Agostino.

A D. Agostino subentrò suo figlio D. Gianfrancesco, che fu investito del feudo addì 15 ottobre del 1675 e lo possedette fino a’ 13 agosto del 1723, in cui morì senza prole.

Insorse allora D. Maria Catterina, contessa di Villamar, pretendendo l’immessione in possesso di questo marchesato come figlia unica di D. Gio. Tommaso Castelvì, primogenito di D. Anastasio, il quale discendeva per linea retta da D. Emmanuele secondogenito di D. Geronimo; e insorse nel tempo stesso suo figlio D. Antonio Giuseppe Aymerich pretendendone parimente la successione, come figlio di Gabriele Antonio, nato da D. Francesca Satrillas, figlia di D. Anna Maria di Castelvì, sorella del marchese D. Agostino, padre di D. Gianfrancesco, ultimo possessore.

Intervenne pure D. Salvatore di Castelvì pretendendo l’esclusione della prima e del secondo, e perchè maschio agnato discendente da altro maschio in linea retta, cioè da D. Emmanuele, secondogenito di

D. Geronimo figlio di Pietro, e perchè dovea succedere nel fidecommesso istituito sopra questo feudo da

D. Luigi di Castelvì primo acquisitore.

Opponeva il fisco, che per trattarsi di ville feudali, non potea succeder nè la madre, nè il figlio per dedurre le sue ragioni da femmine, nè D. Salvatore, perchè non discendente dall’ultimo possessore. In seguito prese a sostenere le ragioni di D. Salvatore, per aver costui proposto la feudalità pretesa dallo stesso fisco.

Giudicò la R. Udienza sulla controversia, e pronunziando addì 4 maggio 1724, dichiarò doversi immettere in possesso di questo marchesato e viscontado D. Maria di Castelvì, riservate agli altri litiganti le loro ragioni per il giudizio plenario.

Allora il fisco unitamente a D. Salvatore ricorse al Supremo. E poco dopo essendo questi venuto a morte, temendo Donna Maria Catterina nuovi disturbi per parte del fisco supplicò si degnasse il Re di comandare all’avvocato fiscale del Supremo Consiglio o a quel-l’altro ministro, che volesse nominar, di dare il suo parere sulle ragioni che potessero competere al fisco sopra il marchesato di Laconi e in vista di questo provvedesse secondo la sua giustizia.

Avendo il Sovrano accettato questa supplica, ed essendosi riveduta la causa dell’avvocato fiscale del Supremo e da un congresso di ministri, a ciò deputati, si adottò il progetto fatto dall’avvocato fiscale per dar fine a questa causa con una carta reale, la quale contenesse essere S. M. nella benigna disposizione di anteporre la sua Reale munificenza alle ragioni, che potesse avere il fisco patrimoniale intorno alla feudalità del marchesato di Laconi e del viscontado di Sanluri, epperò determinata di dar fine alla lite con rendere alle parti una piena giustizia accompagnata da quegli atti di grazia, che nel caso attuale era l’animo suo pronto a compartire; dopo che si dichiarasse che tanto la marchesa di Laconi, quanto il conte di Villa-mar suo figlio, dovessero tenere e possedere il marchesato e viscontado con tutte le rispettive giurisdizioni, diritti e prerogative in titolo di veri feudi, dipendenti dalla R. corona di Sardegna e semoventi dal diretto dominio di S. M., con la natura però ampia di feudi totalmente impropri e meramente ereditari, sì a favore de’ maschi, che delle femmine, e non solo alienabili tra vivi, ma anche trasmessibili per ultima volontà in persona di qualunque sesso con la prerogativa di feudo libero e franco (salvo il donativo solito a prestarsi al R. erario) da qualunque servigio e peso feudale ed eziandio da’ laudemi e dalla fatica in caso di alienazione sì tra vivi, che per ultima volontà, con questo che la trasmessione si dovesse fare in persone suddite e grate alla M. S. e a’ reali suoi successori, al qual fine dovrebbesi prima impetrare l’assenso regio; e con quest’altra condizione che tanto la marchesa di Laconi, quanto i suoi successori in detti feudi, dovessero a’ tempi debiti prendere l’investitura e prestare il giuramento di fedeltà, solito prestarsi da’ feudatari del regno.

Questo parere essendo stato approvato dal Sovrano uscì la carta reale conceputa negli stessi termini in data de’ 2 ottobre 1733.

Passò quindi questo feudo nella casa Aymerich, dalla quale fu posseduto fino alla abolizione de’ feudi.

Baronia di Ploaghe.

Con diploma del 16 novembre 1410 volendo il re

D. Alfonso ricompensare i servigi prestatigli da Serafino Montagnans, notajo della città di Sassari, concedevagli in feudo retto e proprio secondo il costume d’Italia, i villaggi di Ploaghe, Salvenero e Fiulinas, e con altro degli 8 febbrajo 1421 restrinse ad un solo cavallo armato il peso di due cavalli, portati dalla prima concessione, per servigio feudale di dette ville.

Nel 1424 addì 10 ottobre segnò lo stesso Re in Barcellona un altro diploma in favore dello stesso Montagnans accordandogli il mero imperio stato riservato nella prima concessione.

Lo stesso feudatario possedendo il salto de Queas in territorio d’Osilo lo permutò col territorio de’ villaggi distrutti di Urgieghe, Noagri e Musciano, appartenenti a Raimondo di Rivosecco (altrimenti Francesco Gilaberto di Centelles), con stromento de’ 5 febbrajo 1429 e con la condizione che avvenendo che si ripopolassero questi luoghi il mero imperio appartenesse al Rivosecco.

La permuta venne approvata dal Sovrano con diploma del 7 febbrajo 1430.

Nel 1439 1 settembre ottenne il Montagnans un diploma di ampliazione de’ villaggi popolati, Ploaghe, Salvennero, e Fiulinas, e degli spopolati di Urgieghe, Noagri e Musitano, in forza del quale, non ostante la natura italica impressa a questo feudo nella prima concessione, si stabiliva potessero succedere le femmine in difetto di maschi ed ebbesi la facoltà di poterlo dividere.

Acquistò poi Serafino Montagnans, addì 8 gennajo 1442, da Raimondo di Rivosecco il villaggio di Cargieghe nel prezzo di ducati 1200; ed essendo morto nel 1451 ebbe successore suo figlio Serafino II, il quale accrebbe lo stato paterno acquistando in pubblica subasta i villaggi di Cotronianus, Bedas e Saccargia, stati sequestrati a Francesco Saba in seguito ad una carta reale del 1554.

Serafino II lasciò una sola figlia nominata D. Giovanna, moglie di D. Francesco di Castelvì, la quale fu investita del feudo addì 28 aprile 1500.

Successe a lei suo figlio D. Geronimo di Castelvì, che prese in moglie D. Francesca Flos, dalla quale ebbe tre sole figlie, D. Anna, ammogliata a D. Federico de Cardona, D. Maria a D. Artal de Castelvì, e D. Francesca a uno della famiglia Fabra, di cui s’ignora il nome.

Per la morte del detto D. Geronimo si oppose il fisco al possesso che voleva prendere D. Anna perchè credea devoluto il feudo per le seguenti ragioni:

1.º Per non avere i di lei predecessori nel termine prescritto dalle leggi feudali chiesto l’investitura:

2.º Perchè essendo questo feudo retto e proprio non era la suddetta D. Maria capace di succedervi.

Con sentenza però del Supremo Consiglio di Aragona proferta nel 1565, si dichiarò doversi immettere nel possesso di questo feudo D. Geronimo di Cardona, come figlio ed erede della prefata Anna, morta pendente la lite; sì perchè da’ capitoli accordati allo stamento militare constava essere stata rimessa la pena di devoluzione, incorsa da’ feudatari per non aver chiesto l’investitura a tempo debito: sì perchè in virtù d’un capitolo, accordato dall’imperatore Carlo V addì 20 aprile 1520, furono abilitate a succedere le femmine a quel-l’epoca esistenti ne’ feudi retti e propri; e perchè sebbene D. Anna non fosse ancora nata era però nell’utero.

In forza di questa sentenza possedette D. Anna questo feudo, sua vita durante, e dopo la sua morte l’ottenne suo figlio D. Gioachino, il quale non avendo lasciato successione cagionò una novella lite tra il fisco, D. Alfonsa e D. Giacomo, fratelli di Castelvì e la prefata D. Francesca di Castelvì, ultima figlia del fu

D. Geronimo e per essa il suo erede testamentario.

Pretendeva il regio fisco essere i feudi aperti e devoluti alla corona per mancanza di figliuoli e discendenti dall’ultimo possessore D. Gioachino.

Chiedeva D. Alfonsa la successione a’ medesimi, perchè figlia primogenita di D. Maria, figlia di D. Geronimo de’ Castelvì, pronipote del primo concessionario.

Il suo fratello D. Giacomo pretendeva escluderla per le stesse ragioni dalla medesima presentate, perchè maschio, quantunque secondogenito.

Finalmente D. Francesca, e per essa il suo erede testamentario, D. Antonio Fabra e Dixar, chiedeva la terza parte di questi feudi, ossia la terza parte dell’eredità di D. Serafino II de Montagnans, figlio del primo acquisitore, secondo le disposizioni testamentarie di questo.

Terminossi questo litigio per una transazione, come è enunciato nella investitura presa nel novembre del 1599 dal sunnominato D. Giacomo, in forza della quale questo feudo venne in sue mani.

Per la morte di D. Giacomo prese possesso il suo figlio primogenito D. Francesco, il quale ne fu investito addì 13 maggio 1622.

Dopo il decesso del medesimo subentrò il suo primogenito D. Lussorio addì 15 ottobre 1630, e per la morte di lui senza prole ne fu investito l’altro fratello Giovanni, e successivamente nel 1659 addì 28 gennajo,

D. Agostino terzogenito di detti fratelli.

Non avendo questi lasciato che un solo figlio, D. Gio. Francesco, come si è già detto, nel feudo di La-coni, ed essendo il medesimo morto senza prole nel 1723 si intavolò avanti la R. Udienza una lite tra il R. fisco che pretendeva la devoluzione per linea finita, e il conte di Villamar D. Antonio Giuseppe che chiedeva la immessione in possesso, come maschio prossimiore, agnato di D. Gio. Francesco di Castelvì.

Portatasi la causa a sentenza questa fu contraria al regio fisco, e per virtù di essa fu immesso in possessione del feudo il conte di Villamar per i motivi, d’essere un feudo ampio e trasmessibile a maschi e femmine e d’essere il conte di Villamar della linea dell’ultimo possessore.

Il fisco ricorse al Supremo Consiglio; ma non fu da questo pronunziata sentenza alcuna, essendo la controversia stata sopita con una carta reale de’ 27 febbrajo 1733, nella quale dichiarava il Sovrano essere sua volontà che l’ampliazione concessa dal diploma del re Alfonso dell’1 settembre 1439, rispetto alla baronia di Ploaghe, dovesse comprendere tutte le femmine legittime e naturali, discendenti dal fu Serafino di Montagnans, e tutti i maschi legittimi e naturali progenerati dalle dette femmine, serbato l’ordine di successione prescritto in detto diploma; quindi ordinava al tribunale del R. Patrimonio d’investire il conte di Villamar conforme al succitato diploma di ampliazione.

Dopo questo diploma fu la baronia di Ploaghe posseduta dalle stesse persone che possedevano il marchesato di Laconi.

Retrocessione de’ feudi di Laconi, Villamar, Sanluri, Ploaghe.

Nell’accertamento delle prestazioni feudali risultò il reddito in brutto del marchesato di Laconi di lire sarde seimila trecentosessantacinque, da cui, detratte le spese e gli oneri inerenti e rilevanti a lir. s. ottocentocinquanta, residuò il reddito netto di lire cinquemila cinquecento quindici:

Il reddito in brutto della contea di Villamar di lire millesettecento cinquanta, da cui, detratte le spese e gli oneri rilevanti a lire quattrocento cinquanta, residuavano lire mille trecento:

Il reddito in brutto del viscontado di Sanluri di lire cinquemila trentuna, soldi diciannove, denari quattro, da cui detratte le spese a carico del feudatario, rilevanti a lire quattrocento settantacinque, residuava il reddito netto di lire quattromila cinquecento cinquantasei, s. diciannove, den. quattro:

Il reddito in brutto della baronia di Ploaghe di lire settemila ottocento novantotto, soldi dodici, denari due, da cui detratte le spese e gli oneri inerenti al feudo e rilevanti a lire ottocento settanta, residuavano in netto lire settemila ventotto, soldi dodici, denari due: le quali somme riunite diedero in favore del feudatario per tutti i quattro feudi il reddito netto di lire sarde diciottomila quattrocento, soldi undici, denari sei.

Fatto questo accertamento il marchese D. Ignazio Aymerich offrì a S. M. il riscatto de’ predetti quattro feudi di Laconi, Villamar, Sanluri e Ploaghe; e in seguito a questo furono aperte trattative tra il marchese e l’uffizio del cav. D. Leonzio Massa Saluzzo, consigliere nel Sacro Supremo Reale Consiglio di Sardegna e relatore, e queste conchiuse furono ridotte in atto verbale addì 21 maggio 1839.

I capi di convenzione essendo poi dal consigliere relatore stati riferiti al Supremo Consiglio, e quindi al Re in udienza dell’1 giugno, erano poi addì 10 giugno ridotti in pubblico e giudiziale istrumento avanti il sunnominato relatore, nel seguente tenore:

1.º Il marchese cederebbe per se e suoi eredi al R. Demanio con tutte le clausole abdicative e traslative di possesso il feudo di Laconi e quelli di Villamar, Sanluri e Ploaghe co’ territori annessi, e spogliandosi di tutti i diritti ne investirebbe il R. Patrimonio, presso cui ne rimarrebbe reintegrato il pieno e libero dominio.

2.º Rimarebbero riservati al marchese ecc. e a’ suoi successori i titoli di marchese di Laconi, conte di Villamar, visconte di Sanluri, barone di Ploaghe; riservati pure certi stabili: le case baronali situate in Laconi e in Villamar, la casa rustica, il molino, i beni aperti e chiusi, situati in Villamar e facienti parte d’un fidecommesso; il palazzo baronale co’ terreni denominati la Tanca e la Strovina in territorio di Sanluri; la casa baronale di Ploaghe; la esazione de’ canoni enfiteutici; il chiuso di Pianu de Domus situato entro la Giara in territorio di Laconi ecc., i quali stabili sarebbero ritenuti dal marchese in proprietà privata.

6.º Per tale cessione darebbesi al marchese il prezzo di lire sarde trecentosessantaseimila trecentoquindici, pari alla somma di l. n. settecentotremila trecentoventiquattro centesimi otto, corrispondente al cento per cinque alla rendita dei feudi suddetti, la quale sebbene dall’accertamento fatto e dalla liquidazione fosse risultata di lire annue diciottomila quattrocento soldi undici denari sei, sarebbesi però dietro la riduzione operata nelle trattative per il riscatto de’ feudi ristretta a lire diciottomila trecentoquindici soldi quindici pari a lire n. trentacinquemila centosessantasei e centesimi ventiquattro.

7.º Cotesto prezzo sarebbe corrisposto al marchese dalle R. finanze col mezzo della iscrizione, sul gran libro del debito pubblico del regno, della rendita a favore del marchese, corrispondente al cinque per cento alla enunciata somma capitale.

8.º L’inscrizione a favore del marchese resterebbe a termini del disposto della carta reale 21 agosto 1838 sottoposta a quegli stessi ordini di successione, a’ quali, ove non fosse seguito il riscatto, sarebbero stati soggetti i feudi.

9.º Se gli assegnerebbe libera affatto da qualunque vincolo una somma corrispondente al terzo del suddetto totale, cioè lire sarde centoventidue mila cento e cinque, pari a lire nuove ducento trentaquattromila quattrocento quarant’uno centesimi sessanta, la quale non sarebbe nelle sue mani libera e disponibile, se non che dopo l’eseguimento compiuto degli incumbenti che a salvezza degli altrui diritti per qualunque peso reale caricato sugli antichi feudi sono a tal uopo prescritti dalla legge.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Ploaghe
13 Giugno: Sant'Antonio da Padova
29 Giugno: San Pietro
9 Luglio: Sant'Antonio abate
1° domenica di Agosto: Madonna degli Angeli
15 Agosto: processione dei Candelieri e Sagra della pecora